Il campo di rugby sembra una piccola cosa rispetto all’oceano della vita.

Eppure correndo verso la linea di meta possiamo imparare tante cose. Per esempio, a guadagnare terreno per chi corre dietro di noi, in percussione rispetto agli ostacoli. Ad affrontare i rischi della mischia. Alla fine, si impara anche a perdere la solitudine.

Gli anglosassoni hanno due espressioni per definire la solitudine: “solitude” e “loneliness”. La prima parola indica la solitudine “buona”, il bisogno di ritrovarsi con sé stessi e di fuggire dal viavai di incontri senza significato che costellano le relazioni sociali. La seconda parola, invece, esprime la solitudine “paurosa”, lo stato di abbandono, il vuoto dell’esistenza, l’assurdità, la disperazione.

Forse la vita è un passaggio progressivo dalla seconda solitudine, quella che fa piangere, alla prima, quella che fa ridere. Così è accaduto a Jason Robinson, ala della formazione inglese del Sale Sharks, nato e vissuto nei bassifondi di Leeds fino ai suoi vent’anni. Crescere in una malfamata periferia britannica significa spesso ubriacarsi ed assorbire una violenza latente, una sessualità oggetto, una vita senza senso. Anche se si gioca a rugby.

In questo caso, magari, lo sport agisce da valvola di sfogo con la quale si possono scaricare le frustrazioni ed il vuoto di una vita quotidiana che si auto-dissolve. Non parliamo qui certo di peccato e di sensi di colpa, ma di voglia di cambiamento, di gioia di vivere.

 

Jason Robinson ha incontrato un “angelo”, sei anni fa, sulla sua strada fatta solo di scorciatoie, nella veste di un compagno di squadra, Inga Tuigamala. I due fanno amicizia anche fuori dal campo, e Tuigamala si accorge dello stato pietoso del compagno fuori dal campo. Lo sogna la notte, al vertice di un pianeta che si sgretola sotto i suoi piedi: dove il denaro esce a frotte, la pubblicità dilaga, ed il match di rugby costituisce una droga che permette di continuare a vivere sull’orlo del precipizio.

Nel suo compagno Inga, Jason vede una gioia che gli manca completamente. Nuovi amici comuni portano ad esultare di vere intimità ed al quadro si aggiunge forse anche una piccola chiesa: ecco come Jason scopre l’altra faccia della vita. Con sua moglie Amanda comincia ad assaporare una fede, niente formalismo per carità, ma tanti piccoli Cristi incontrati portando hamburgers agli affamati nei sobborghi dimenticati di Manchester.

Non è stato facile per Jason convincere i compagni di squadra del proprio cambiamento. Uno sbandato che ritrova il suo equilibrio sembra ancora più “abnorme” agli occhi di chi lo identifica come “bad guy”, cattivo ragazzo, e non si cambia da quella condizione nelle immagini di ciò che è “socialmente corretto”.

E invece sì, sempre si può cambiare. Jason ritroverà il suo “salvatore” Inga come avversario a Twickenham. Combatteranno duramente per una palla ovale che non deve giungere all’ala, ma alla fine si stringeranno la mano da amici. Un po’ particolari, ma in fondo neppure tanto.

(storia tratta da “The Times” e “Daily Telegraph”)

Giovanni Ciraolo

Jxcira@Tin.It

 

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