Era la notte tra il 2 e il 3 ottobre quando la prima volta le fiamme hanno avvolto il club del Selvazzano Rugby in una morsa, riducendolo ad una palla infuocata che i pompieri, con fatica, sono riusciti a domare. Subito si pensò ad un corto, ad una fotocopiatrice rimasta accesa, così i ragazzi, One in testa, non hanno perso tempo e si sono subito messi al lavoro: puliti i pavimenti incrostati dal nero della combustione, riverniciate le pareti, riattaccate le foto e rimesse le coppe al loro posto d'onore, il club era quasi pronto per ritornare ad essere la magica "casa" di sempre, il rifugio della squadra e lo scrigno di ricordi ed emozioni dal significato unico per ognuno. 

 

 

Era la notte tra il 17 e 18 ottobre, l'ultimo dei ragazzi se n'era andato all'una meno cinque, all'una e venti Gaspare stava tornando a casa, passando davanti agli impianti , dalla strada, incredulo, ha visto una colonna di fumo e fiamme che si mangiava, questa volta per sempre, il club.

Sono arrivati i pompieri con sei autocisterne ma non c’è stato davvero nulla da fare, ciò che il fuoco vigliacco ha lasciato sono solo lamiere contorte dal calore, e cenere, tanta cenere nera e dall’odore nauseante.

 

Sono spariti i divanetti dove la domenica sera, finita la partita, i ragazzi si stravaccavano a guardare la tv, sono spariti i banconi nuovi della cucina, sono sparite le foto appese alle pareti .

Ciò che mi rende più triste e che più mi fa arrabbiare è che sono stati bruciati anni di ricordi meravigliosi. Quella piccola casetta di legno non era solo un posto dove andare a bere una birra finita la partita , né un ripostiglio per maglie e palloni, era uno di quei luoghi in cui il rugby prende forma e diventa uno stile di vita.

 

Se quelle pareti di legno avessero potuto parlare prima di essere ridotte in cenere informe, avrebbero raccontato delle goliardiche feste di carnevale, dei cenoni di capodanno, delle grigliate la domenica sera ma avrebbero anche sicuramente narrato la storia di una squadra che è sempre andata avanti in mezzo a mille difficoltà, spinta dalla tenacia e dalla voglia di giocare di un gruppo di ragazzi che tra quelle pareti e nell’erba del campo attiguo sono diventati uomini.

 

Io non ho la minima idea di chi possa essere stato così meschino da dare fuoco al club, né riesco ad immaginare quale vantaggio possa averne tratto, vorrei soltanto dire a questo pagliaccio, chiunque esso sia, che le speranze non diventano cenere e che neppure il fuoco più devastante riesce a bruciare i sogni; questi continuano a vivere ed anzi si alimentano degli ostacoli che si frappongono fra loro e la realtà.

 

Sono sicura che un giorno il “nostro” club sarà ricostruito, magari da un’altra parte, magari fra qualche anno, nel frattempo la vecchia casetta continuerà ad esistere nei ricordi di tutti noi, inespugnabile a qualsiasi attacco.

 

S.C.

 

 

 

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